Quanto vale la vita di un figlio?

maso2Un recente articolo della sociologa Chiara Saraceno riprende l’ormai discusso e non risolto problema della donna che lavora e che, avendo deciso di avere un figlio, di fatto rinuncia al 35% dello stipendio (dati Inps): una perdita economica che in tempo di crisi incide fortemente sul menage familiare.

Oltre a dover sostenere i costi diretti della maternità, le donne devono fare i conti con una situazione occupazionale che diventa quantomai precaria: molte di loro, dopo la maternità, non riescono a ritornare al lavoro oppure, non trovando nel mercato del lavoro soluzioni idonne alla precedente professionalità, devono accettare occupazioni a più bassa retribuzione. Ciò si ripercuote anche a livello previdenziale, con una ridotta o mancata contribuzione che peserà sulla loro futura pensione.

Tra i fattori che spesso costringono le madri a rinunciare temporaneamente al lavoro, spiccano le difficoltà nella conciliazione tra famiglia e lavoro, orari e organizzazione del lavoro poco amichevoli, una condivisione familiare tra padri e madri ancora molto asimmetrica, insufficienti miglioramenti nei servizi della prima infanzia, pochi e costosi, mancati rinnovi dei contratti a termine.

Secondo i dati Istat, nel 2015 le nascite in Italia sono state 486.000, un livello minimo superato nel 2016, anno che ha registrato un numero di nascite ancora inferiore: 474.000. Sempre dalle statistiche Istat, emerge che i padri chiedono raramente il congedo parentale e spesso, forzati dal datore di lavoro, hanno difficoltà ad ottenere anche i soli due giorni di congedo di paternità obbligatorio introdotto per legge nel 2012. Il congedo di paternità è maggiormente richiesto al Nord e in misura molto inferiore nelle regioni del Sud Italia. Nel Mezzogiorno si rileva la più alta densità di richieste del “bonus maternità”, il quale costituisce solamente una soluzione momentanea.

Quanto vale la vita di un figlio?

Incontro una giovane lavoratrice che ha deciso di ricorrere alla fecondazione assistita. Oltre all’emozione di poter finalmente concepire un figlio, la donna ha provato il timore di dover comunicare al datore di lavoro le assenze che la cura può comportare: la normativa italiana, infatti, riconosce un periodo di “assenze di malattia” finalizzate al tempo della cura. La decisione della giovane lavoratrice convince però il datore di lavoro che in futuro vi potrebbero essere “disagi” per ambedue le parti: decide così di “invitare la dipendente” – prima di iniziare la cura – a lasciare l’occupazione. E così avviene.

Un’altra giovane signora, che ha un contratto indeterminato, decide di tornare al lavoro al termine del congedo di maternità. Al datore di lavoro timidamente ”chiede” di poter usufruire di due mesi di permessi per l’allattamento: nessuna delle colleghe offre la propria disponibilità a modificare le presenze di lavoro solo per il periodo del godimento dei permessi e così Il datore “suggerisce alla dipendente il licenziamento”. la donna non ha altra scelta e accetta.

Una giovane insegnante, mia madre, in anni remoti dovendo partecipare alla commissione degli esami di maturità liceale e destinata in una sede lontana dalla residenza, per un mese ha dovuto soggiornare stabilmente fuori provincia portando con sé le due figlie,

“Le donne pagano un prezzo ingiusto per la maternità” (C.Saraceno): spesso le donne si fanno carico di un doppio lavoro e il peso è scaricato in termini di stress personale; ma anche la mancanza di figli potrebbe essere il risultato di una costrizione nascosta dalle numerose condizioni materiali a cui la donna è sottoposta.