Disagi per il pagamento delle pensioni nel Pesarese. La denuncia della Slp Cisl

La Slp Cisl denuncia le difficoltà che in questi giorni clienti e dipendenti di Poste Italiane affrontano riguardo al pagamento delle pensioni, con lunghe file agli sportelli. «A pagare il prezzo più alto sono sempre i cittadini residenti nell’entroterra, nei comuni più piccoli e il personale applicato nei relativi uffici» la conferma arriva dal sindacato di categoria.

«Riceviamo lamentele dagli uffici di cluster B – spiega Andrea Bartolucci, segretario provinciale Slp Cisl – poiché, nei primi giorni di pagamento delle pensioni di settembre, la maggior parte di loro si troverà ad aprire gli uffici con una sola unità».

È infatti del tutto evidente che sin dal giorno 1 settembre il personale sarà distaccato verso gli uffici maggiormente attenzionati o per i ricavi prodotti o per la presenza dei totem che regolano l’afflusso della clientela negli stessi uffici.

Anche Dario Dominici, responsabile regionale della categoria, è critico: «Il personale in servizio è insufficiente per garantire qualità ai cittadini. Oltre a discriminare la clientela a seconda della propria residenza, si violano accordi sottoscritti e si crea disagio e danni al personale applicato negli uffici di livello B cui dovrebbero essere applicate almeno due unità».

Per i due sindacalisti «aumentano l’esposizione ai rischi professionali, la difficoltà nella gestione delle comprensibili lamentele e i reclami dei clienti per code sempre più lunghe». Non ultimo, il danno per l’aumento del carico di lavoro «non riconducibile a picchi di lavoro, ma alla sistematica cattiva organizzazione del lavoro perpetrata dalla azienda che non gestisce il turnover».

Infine il danno economico per i dipendenti: mentre gli operatori applicati negli uffici monounità percepiscono un indennità che compensa il disagio derivante dalla organizzazione del lavoro, quelli in servizio negli uffici di livello B si trovano a dover svolgere da soli le attività previste per due persone «senza che venga loro riconosciuta alcuna indennità – concludono Dominici e Bartolucci -. A loro rimane solo la beffa che deriva da tale organizzazione del lavoro».