Sviluppo

Il processo di sviluppo che per decine di anni aveva caratterizzato le Marche, si è interrotto. L’immagine della “regione di mezzo” è ferma, soprattutto se misuriamo lo sviluppo dei nostri territori con l’incremento quantitativo di un sistema produttivo di tipo industriale, che va progressivamente a decrescere. Molte le ipotesi sul perché questo sia accaduto. Almeno due le certezze. La prima è il consistente gap di globalità. Anche le Marche hanno infatti subito la stessa sorte di altri territori a tradizione manifatturiera: l’incapacità e, a volte, l’impossibilità vera e propria di avviare percorsi virtuosi di internazionalizzazione, soprattutto verso quei Paesi caratterizzati da un forte dinamismo della domanda, legata anche alla mancanza di implementazione di un sistema di terziario avanzato che fosse da supporto e servizio alle imprese. La seconda certezza riguarda l’innovazione, che non è riuscita ad occupare i primi posti nella cultura e nell’agenda di gran parte del sistema imprenditoriale locale. Il primato negativo del territorio nazionale rispetto alla spesa in Ricerca e Sviluppo (0,5%), nel caso della nostra regione scende infatti addirittura più in basso (0,3%).

Convinti che la prospettiva di uno “sviluppo senza fratture” potesse durare forse per sempre, ci si accorge oggi di crepe difficilmente sanabili nel breve periodo, che il Sindacato è tra i primi ad incontrare, a partire dall’alta disoccupazione giovanile, dalla partenza di un numero consistente di giovani e dalle ridotte chances di un loro ritorno, certo e stabile. Ad affiancare questa ed altre conseguenze di natura sociale, ci sono quelle di natura strategica e programmatoria, caratterizzate anch’esse da un gap di globalità ed innovazione nella capacità di governare spazi di azione sempre più larghi e tempi di reazione sempre più stretti. D’altro canto la diffusione di fenomeni di illegalità economica, dall’usura alla contraffazione al riciclaggio che, a causa della crisi e delle restrizioni al credito, stanno aumentando vistosamente anche nella nostra regione, potrebbero rappresentare una ulteriore pesante zavorra per ogni prospettiva di ripresa.

La pena da pagare, se non ci si attiva tutti in maniera condivisa ed efficace, può condurre all’implosione di un tessuto socio-economico che fino a ieri l’altro mostrava livelli di eccellenza, nel panorama dei lands europei.

Il diritto allo sviluppo integrale, sostenibile, duraturo e “anche altro” dei nostri territori interroga quindi oggi con insistenza la cultura e l’agenda non solo delle imprese, non solo della politica, ma anche la nostra: quella dei lavoratori e del sindacato. Lo fa in maniera irruenta, chiedendo di essere messo al primo posto, forse ancor prima del diritto al lavoro, perché è solo da lì che quest’ultimo può ri-nascere.

In particolare, abituati a contrattare e concertare soprattutto i “rimedi” economici come soluzione dei problemi, oggi il sindacato, insieme a tutti i suoi interlocutori, deve concentrarsi sulla ricerca condivisa di quelle che saranno le nuovi fonti di valore economico, sociale e civile per le nostre comunità e su queste costruire nuovi processi di rappresentanza in merito al rapporto tra sviluppo e lavoro.