La nuova classificazione nazionale dei Comuni montani penalizza diversi territori dell’entroterra marchigiano. Con l’aggiornamento dei criteri previsti dalla recente normativa statale, 29 Comuni delle Marche non rientrano più tra quelli riconosciuti come montani, con possibili ricadute sull’accesso a risorse e strumenti di sostegno.
Per Marco Ferracuti, Segretario generale della CISL Marche, si tratta di una questione che non può essere liquidata come un semplice aggiornamento tecnico «non si può misurare la montagna soltanto con il righello dell’altitudine media o con un algoritmo basato sulla pendenza del territorio - osserva Ferracuti - Un territorio è montano anche quando è lontano dai servizi essenziali, quando perde abitanti anno dopo anno e quando mantenere aperta una scuola, un presidio sanitario o una linea di trasporto pubblico diventa una sfida quotidiana».
Secondo il Segretario della CISL Marche, il rischio è che la nuova classificazione colpisca proprio le aree più fragili dell’appennino marchigiano, già segnate da spopolamento, invecchiamento della popolazione e dagli effetti del sisma. Una classificazione di tipo tecnico che non tiene in nessun conto delle relazioni funzionali tra i piccoli centri e le aree rurali interne.
Per questo Ferracuti chiede alla Regione Marche di intervenire rapidamente su due fronti, il primo riguarda la revisione dei criteri nazionali «lo stesso Presidente Francesco Acquaroli ha parlato di un’apertura del Ministro Roberto Calderoli a una possibile revisione della norma. – sottolinea il Segretario CISL Marche - È importante che Regioni e Comuni facciano sentire la propria voce per correggere criteri che non tengono conto delle reali condizioni dei territori».
Il secondo fronte è «quello di riaprire il tavolo di confronto e di rilanciare la strategia nelle 6 aree progetto delle Marche. Negli ultimi anni questi territori hanno subito un processo accelerato di marginalizzazione – prosegue Ferracuti – Dare un futuro a questi piccoli comuni significa anche tutelare l’intera regione dal cambiamento climatico, dal dissesto idrogeologico, dalla scomparsa di ecosistemi ambientali vitali» Tuttavia, per il Segretario generale della CISL Marche, la questione apre anche un tema più ampio: il futuro delle aree interne marchigiane. «Questa vicenda dimostra che manca ancora una strategia organica per rilanciare e ripopolare le terre dell’appennino, che hanno caratteristiche strutturali, storiche, sociali, culturali ed economiche del tutto peculiari. Il problema non è soltanto mantenere una classificazione amministrativa, ma decidere se vogliamo davvero che la montagna marchigiana continui a vivere». Tutto ciò si traduce in una grande sfida, che secondo la CISL Marche riguarda soprattutto lavoro, servizi e qualità della vita: sanità territoriale, rete scolastica, mobilità interna, sostegno alle imprese e incentivi per chi sceglie di vivere e lavorare nei luoghi dell’appennino. «La montagna non si salva con le dichiarazioni – conclude Ferracuti – ma rendendo possibile viverci, lavorarci e costruire un futuro. Le comunità dell’entroterra non chiedono privilegi, chiedono equità e politiche che riconoscano il valore sociale ed economico di questi territori».
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